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Appalti, certificati boomerang

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30
APR 19

La certificazione dei contratti si sta rivelando un boomerang per la legalità negli appalti. Il suo utilizzo, infatti, avviene sempre più nella consapevolezza di dare successivamente esecuzione ad appalti illeciti, quindi come strumento per ostacolare controlli e ispezioni.

A sostenerlo è l' Ispettorato nazionale del lavoro nella nota protocollo numero 3861/2019. Nel fornire nuove istruzioni al contrasto degli appalti illeciti, l' Inl precisa che nel periodo «non coperto» dalla certificazione resta possibile l' emissione di provvedimenti sanzionatori e di recupero contributivo e che la certificazione non produce effetti «protettivi» sulle condotte illecite di rilievo penale (come, ad esempio, nell' ipotesi di somministrazione fraudolenta di manodopera).
La questione «certificazione» Le istruzioni riguardano le ipotesi di accertamenti d' illegittimità di appalti certificati da parte delle previste commissioni, tra cui enti bilaterali, università pubbliche e private, consigli provinciali dei consulenti del lavoro. Secondo l' Inl, il ricorso alla certificazione dei contratti di appalto avviene sempre più frequentemente da parte di realtà datoriali che si affidano a tale strumento nella consapevolezza di dare successivamente esecuzione a un appalto illecito. In tal senso, la certificazione è usata esclusivamente come strumento di ostacolo a una eventuale attività di vigilanza che evidenzi la «difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione». Al fine di contrastare tali fenomeni, l' Inl detta nuova istruzioni.
Le commissioni «fasulle» In primo luogo spiega che le certificazioni dei contratti di appalto sono inefficaci qualora siano riconducibili a enti bilaterali che non possono ritenersi tali. Cosa che accade in presenza della violazione del comma 1 dell' articolo 2, lett. h, del decreto legislativo n. 276/2003, il quale stabilisce che gli enti bilaterali sono «organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni di datori di lavoro e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative».
Pertanto, gli ispettori sono tenuti a verificare quali siano i soggetti collettivi che hanno dato origine all' ente bilaterale, nella consapevolezza (derivante dall' esperienza) che, in tanti casi, risultano costituiti da soggetti pressoché sconosciuti sul piano della rappresentatività sindacale o che operano per conto di una sola o di pochissime realtà datoriali. La «volontà» di certificazione In secondo luogo, l' Inl spiega che è possibile agire sulle certificazioni rilasciate, per eliminarne gli effetti giuridici, in ragione di uno o più vizi che possono ritenersi inficianti la valutazione effettuata in sede di emanazione del provvedimento di certificazione (si veda tabella).
Lo scambio di dati Altro aspetto analizzato dall' Inl riguarda l' obbligo per le commissioni di comunicare «l' inizio del procedimento (...) per ricevere osservazioni» (art. 78, comma 2, lett. a, decreto legislativo n. 276/2003). La comunicazione va trasmessa alla sede territoriale dell' Inl competente in ragione del luogo di svolgimento delle prestazioni lavorative; invece, è spesso fatta all' Itl competente in ragione della sede legale dell' impresa, il che compromette la possibilità (per l' Itl) di fornire importanti elementi di valutazione alla commissione, compresa l' esistenza di accertamenti ispettivi in corso o di precedenti violazioni in capo all' impresa.
Il periodo «non coperto» Infine, l' Inl precisa che per il periodo «non coperto» dalla certificazione è sempre possibile procedere con l' adozione dei provvedimenti sanzionatori e di recupero contributivo; e inoltre che la certificazione non produce alcun effetto sulle eventuali condotte di rilievo penale, ivi comprese le condotte che evidenziano la sussistenza di una somministrazione fraudolenta di manodopera (ex articolo 38 bis del decreto legislativo n. 81/2015).

 

A cura di Italia Oggi pag. 33 del 30/04/2019 - autore DANIELE CIRIOLI


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