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Il miglior aggiudicatario è anche il miglior esecutore? La risposta (errata) del nuovo Codice degli appalti

Il miglior aggiudicatario è anche il miglior esecutore? La risposta (errata) del nuovo Codice degli appalti
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APR 18

Nel contrasto alla corruzione e agli sprechi, l' impianto complessivo del nuovo Codice degli appalti appare fondato su un' equazione concettuale (miglior aggiudicatario = miglior esecutore) la cui stessa veridicità risulta tuttavia smentita dalla realtà.

Il migliore offerente (sulla carta), infatti, non raramente si dimostra di fatto un pessimo esecutore (nel cantiere). Ed è purtroppo la stessa «vita» delle stazioni appaltanti a dimostrarlo con efficace evidenza ( si veda anche il Quotidiano degli Enti locali e Pa del 10 aprile ).
Il caso di Anas Prima di un recentissimo piano straordinario di deflazionamento del contenzioso in sede transattiva, avviato dal management di Anas in vista della sua incorporazione nel gruppo Fs, l' ammontare delle cause facenti capo a tale Ente (la prima stazione appaltante italiana e la quarta d' Europa) era pari complessivamente a circa 10 miliardi di euro. Una mole impressionante di debito gravante sulle casse dello Stato, derivante tuttavia solo per circa il 10% (per petitum e numero) da cause di natura amministrativa per vizi legati alla fase di aggiudicazione, e da più del 90%, invece, da cause di natura squisitamente civile, attivato cioè dalle ditte esecutrici per ottenere il riconoscimento di ingenti risarcimenti conseguenti a «riserve» iscritte durante i lavori, a volte pari a più del doppio del valore originario d' appalto.
Le criticità legate alla fase di esecuzione dei lavori e le mancate previsioni legislative È evidente, dunque, anche solo da questi dati, quanto il costo sociale e gli sprechi di denaro pubblico non derivino sostanzialmente da criticità legate alla scelta del contraente in fase di gara, ma alla fase di esecuzione dei lavori ed è lì, conseguentemente, che la lotta alla corruzione e agli sprechi si sarebbe dovuta concentrare maggiormente, predisponendo idonei strumenti legislativi volti a prevenirla più che a combatterla, anticipandola fin dalla fase di redazione del progetto. In questa ottica, va salutata certamente con favore la novità introdotta dal nuovo Codice degli appalti di «mettere a gara» il più dettagliato progetto esecutivo e non già il progetto definitivo, ma sarebbe stato necessario anche, parallelamente, mettere le Pubbliche amministrazioni nelle concrete condizioni di poter redigere e poi validare con elevati standard professionali un simile progetto, così preciso da dover limitare notevolmente il rischio di varianti e più in generale di anomalo andamento dell' appalto.
Così come sarebbe stato opportuno, al fine di combattere la corruzione e ridurre gli sprechi, offrire obbligatoriamente alle valutazioni delle stazioni appaltanti, già in sede di gara, il curriculum delle imprese partecipanti alla gara, perché non basta che esse abbiano un determinato fatturato o che siano sulla carta esenti da rischi di infiltrazione mafiosa; è anche e soprattutto necessario ai fini di garantire l' esecuzione dell' opera entro i tempi e costi originari, valutare se, alla luce della sua «carriera», l' aggiudicatario non sia stato propenso ad esempio all' attivazione sterile del contenzioso, alla consegna finale dell' opera in notevole ritardo, che non sia uso ad iscrivere riserve pretestuose e così via. E invece, il legislatore ha deciso da ultimo di eliminare del tutto, anche per le grandi opere, l' obbligatorietà di presentazione in sede di gara del cosiddetto rating di impresa, attualmente solo facoltativo e di natura esclusivamente premiale.
E a quest' ultimo riguardo è interessante notare come la stessa giurisprudenza abbia evidenziato l' importanza di valutare attentamente la storia dell' impresa appaltatrice, allorché con una recentissima pronuncia (Consiglio di Stato, n. 1299 del 2 marzo 2018) ha addirittura statuito come una carenza nell' esecuzione di un precedente contratto possa comportare l' esclusione in base all' articolo 80, comma 5, lett. c del Codice dei contratti pubblici, nel caso in cui sia messa in dubbio l' affidabilità o l' integrità di un operatore economico. Nella stessa logica, sarebbe stato necessario fin da subito prevedere un capitolato speciale tipo, o prevedere come coadiutore del Rup e del Direttore dei lavori, anche negli appalti di lavori, il cosiddetto «esecutore del contratto», limitando contestualmente il numero di cantieri (attualmente numerosissimi) nei quali i funzionari delle stazioni appaltanti devono esercitare il proprio ruolo di alter ego delle imprese.
Così come sarebbe stato sufficiente non eliminare il cosiddetto «premio di accelerazione», che ove correttamente attuato, avrebbe invece potuto offrire un reale incentivo per le imprese ad eseguire i lavori nei termini contrattuali; incentivo, ben inteso, da «relazionare» con l' applicazione delle penali, peraltro, addirittura totalmente eliminate nella prima versione del nuovo Codice e solo recentemente reintrodotte dall' ultimo decreto correttivo in modo del tutto identico alla previgente disciplina. Conclusioni Occorre, dunque, con urgenza riorientare in questa nuova legislatura le politiche legislative alla risoluzione dei veri problemi del comparto, attuare strategie di lotta alla corruzione e agli sprechi non demagogiche, ma realistiche e finalizzate al bersaglio, concentrandole con più determinazione nella fase esecutiva dei lavori, nella quale con maggiore facilità si annidano rischi di corruzione e di ingenti sprechi per la collettività, sposandosi non la logica della scelta del miglior aggiudicatario (sulla carta), ma quella dell' individuazione del miglior esecutore (nel cantiere).

 

A cura di Quotidiano Enti Locali e PA (Sole 24 Ore) del 11/04/2018 - autore ANDREA NAPOLEONE


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