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Contratti della Pa, legittima l'informativa antimafia invece della comunicazione

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09
MAR 18

Sono infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate sull' articolo 89-bis del Dlgs 6 settembre 2011 n. 159 («Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136»), inserito dall' articolo 2, comma 1, lettera d), del Dlgs 13 ottobre 2014 n. 153, nella parte in cui stabilisce che l' informazione antimafia è adottata anche nei casi in cui è richiesta una mera comunicazione antimafia e produce gli effetti di questa.

Lo ha deciso la Corte costituzionale con la sentenza n. 4/2018 . La differenza tra informazione e comunicazione antimafia Il Tar Catania, senza porre alcun dubbio di legittimità costituzionale specificamente riferito alla natura meramente correttiva e integrativa del Dlgs 153/2014, aveva lamentato che la legge delega non avrebbe permesso di attribuire alla sola informazione antimafia gli effetti interdittivi propri della comunicazione e aveva insistito nel rilevare che, anteriormente alla legge delega n. 136/2010, la quale nulla avrebbe innovato sul punto, l' informazione e la comunicazione antimafia costituivano documenti alternativi, nel senso che l' una non avrebbe mai potuto produrre gli effetti dell' altra. In particolare, il giudice rimettente ha rilevato che la comunicazione antimafia dev' essere acquisita dai soggetti lencati dall' articolo 83, commi 1 e 2, del Dlgs 159/2011, in relazione al rilascio di determinati provvedimenti di natura concessoria o lato sensu autorizzatoria, nonché alla stipulazione di contratti relativi a lavori, servizi e forniture pubblici di importo inferiore a quello per cui è prevista l' acquisizione dell' informazione antimafia.
Le cause determinanti il rilascio di una comunicazione interdittiva sarebbero costituite dai provvedimenti definitivi di applicazione delle misure di prevenzione di cui all' articolo 5 del decreto e dalle condanne con sentenza definitiva o confermata in appello per taluno dei delitti consumati o tentati elencati dall' articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale.L' informazione antimafia attesterebbe, invece, oltre a quanto già previsto per la comunicazione, anche la sussistenza o meno di tentativi di infiltrazione mafiosa, tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società o dell' impresa interessate. Come sarebbe stato rilevato nel parere del Consiglio di Stato 17 novembre 2015 n. 3088/2015, la comunicazione antimafia costituirebbe «un minus rispetto all' informazione antimafia (attestando quest' ultima anche l' eventuale sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa)» e andrebbe richiesta in relazione a fattispecie di rilievo minore rispetto a quelle per cui è prevista l' informazione.
La decisione della Corte costituzionale Secondo la Corte, quale che fosse l' ambito riservato dal legislatore all' informazione e alla comunicazione antimafia anteriormente al Dlgs 159/2011, non sussiste alcun ostacolo logico o concettuale, che imponga di circoscrivere gli effetti dell' informazione antimafia alle attività contrattuali della pubblica amministrazione, escludendone invece quelle ulteriori indicate ora dall' articolo 67 del decreto legislativo. Nel contesto del provvedimento, e in base della legge delega n. 136/2010, nulla autorizza quindi a pensare che il tentativo di infiltrazione mafiosa, acclarato mediante l' informazione antimafia interdittiva, non debba precludere anche le attività di cui all' articolo 67, oltre che i rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione, se così il legislatore ha stabilito.
Spetta alla giurisprudenza comune, in sede di interpretazione del quadro normativo, decidere in quali casi e a quali condizioni il legislatore delegato abbia inteso attribuire all' informazione antimafia gli effetti della comunicazione antimafia. Nel caso, la giurisprudenza amministrativa e lo stesso giudice rimettente hanno interpretato l' articolo 89-bis del Dlgs 159/2011 nel senso che esso impone di adottare l' informazione antimafia, non soltanto quando l' accertamento eseguito in base all' articolo 88, comma 2, permette di riscontrare la sussistenza di una delle cause impeditive previste dall' articolo 67, ma anche quando emerge una precedente documentazione antimafia interdittiva in corso di validità, come è accaduto nel processo principale (Consiglio di Stato, sezione terza, 8 marzo 2017 n. 1109).
La fattispecie delineata dall' articolo 89-bis censurato, infatti, si riconnette a una situazione di particolare pericolo di inquinamento dell' economia legale, perché il tentativo di infiltrazione mafiosa viene riscontrato all' esito di una nuova occasione di contatto con la pubblica amministrazione, che, tenuta a richiedere la comunicazione antimafia in vista di uno dei provvedimenti indicati dall' articolo 67 del Dlgs 159/2011, si imbatte in una precedente documentazione antimafia interdittiva. Non è perciò manifestamente irragionevole che, a fronte di un tentativo di infiltrazione mafiosa, il legislatore, rispetto agli elementi di allarme desunti dalla consultazione della banca dati, reagisca attraverso l' inibizione, sia delle attività contrattuali con la Pa, sia di quelle in senso lato autorizzatorie, prevedendo l' adozione di un' informazione antimafia interdittiva che produce gli effetti anche della comunicazione antimafia.

 

A cura di Quotidiano Enti Locali e PA (Sole 24 Ore) del 09/03/2018


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