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La concorrenza dimenticata: in gara solo 6 contratti su 100

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07
FEB 18

In Italia non si contano i tentativi dichiarati di «liberalizzazione» dei servizi pubblici locali, vanificati perché stravolti da emendamenti e mancate attuazioni; per tacere di quelli caduti ancora prima di arrivare alla «Gazzetta Ufficiale», come capitato al decreto attuativo della riforma Madia, uscito dal tavolo del Consiglio dei ministri proprio nel giorno in cui era prevista l' approvazione definitiva.

È molto più facile contare invece gli affidamenti passati dal mercato, evitando la strada maestra dell' in house, perché sono pochi. Gli enti pubblici, Comuni ovviamente in primis, hanno affidato 16.550 servizi pubblici, dai grandi classici di trasporto locale, rifiuti e acqua fino all' assistenza sociale, al welfare o ad attività strumentali come la gestione di immobili o le assicurazioni: ma solo 989 volte, cioè sei volte ogni 100, lo hanno fatto utilizzando una gara, che nella maggioranza dei casi è una gara a doppio oggetto per la scelta del partner privato di una società mista con quote pubbliche.
Negli altri 15.561 casi, invece, hanno proceduto brevi manu, con l' affidamento diretto a una propria azienda. La cronaca recente non indica cambi di rotta, anzi; uno degli affidamenti diretti più pesanti d' Italia, quello del Campidoglio all' Atac per il traballante trasporto locale di Roma, è appena stato allungato fino al 2021 (con un costo da 560 milioni all' anno) nonostante le obiezioni dell' Antitrust. Solo così, ha motivato il Comune di Roma, si evitano i rischi di interruzione del servizio, che resta comunque appeso alla decisione del Tribunale sulla proposta di concordato, e si pongono le condizioni per procedere a un affidamento più rispettoso delle regole di concorrenza. Non prima del dicembre 2021.
Statistica e cronaca sono concordi nell' indicare il fallimento delle grandi riforme tentate in passato. Una parte dei risultati che non sono stati raggiunti con i grandi proclami, però, potrebbe tornare in gioco per una via alternativa, finora poco considerata. Dal 15 gennaio scorso, dopo un filotto di quattro proroghe, ha aperto i battenti l' elenco Anac a cui devono iscriversi gli enti pubblici che vogliono effettuare affidamenti diretti e le società controllate che vogliono riceverli. La regola, che attua un articolo del Codice appalti, vale per i nuovi affidamenti e per le variazioni «significative» di quelli già attivi, e sembra quindi destinata ad avere effetti crescenti nel tempo. L' iscrizione all' elenco, in sé, può sembrare un fatto burocratico, ma molto dipende da come l' Autorità nazionale anticorruzione interpreterà il proprio ruolo di controllore.
Per restare nell' elenco, infatti, le società pubbliche dovranno adeguare i propri statuti ai parametri chiesti dalla riforma e finora ignorati dai più: bisogna scrivere che l' oggetto sociale esclusivo è l' attività per la quale si ottiene l' affidamento, e questa attività deve rientrare tra le funzioni istituzionali dell' ente pubblico "titolare" del servizio affidato. Una catena di condizioni che molte delle in house attuali rispettano solo a patto di acrobazie interpretative piuttosto spericolate. Certo, l' ennesima invocazione dei controlli Anac non è esattamente la strada normale per liberalizzare un mercato. Ma, a conti fatti, può rivelarsi meglio migliore di altre. 

 

A cura di Il Sole 24 Ore del 07/02/2018 pag. 9 - autore Gianni Trovati


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